Gioco online e verifiche antiriciclaggio: cosa stanno chiedendo i bookmaker

Quando un bookmaker ADM chiede documenti prima di autorizzare un prelievo, non è un ostacolo arbitrario ma un obbligo previsto dal D.Lgs. 231/2007. In questo articolo vediamo cosa può essere richiesto, quando la verifica è legittima e quando invece diventa una richiesta pretestuosa da contestare.

Laptop e smartphone con verifica del conto, e logo Carte in regola

Gioco online e verifiche antiriciclaggio, cosa dice la legge

Fino a qualche anno fa aprire un conto gioco era questione di pochi minuti: carta d’identità, codice fiscale, ed era fatta. Oggi chi scommette online se ne accorge quasi sempre nel momento peggiore. Quello in cui prova a prelevare una vincita: «Gentile cliente, il suo prelievo è stato sospeso. Le chiediamo di inviarci la seguente documentazione…».

Da lì comincia un percorso che può durare giorni, a volte settimane. E quasi sempre il giocatore arriva da me con la stessa domanda: è legittimo? E perché la richiesta arriva proprio quando voglio incassare?

Non è arbitrio. È un obbligo di legge

La prima cosa che spiego a chi si siede nel mio studio con l’email del bookmaker in mano è questa: il concessionario non sta chiedendo documenti per ostacolare il pagamento. Li sta chiedendo perché la legge glielo impone. E le conseguenze dell’inadempimento, con le nuove regole entrate in vigore nel 2025, sono pesanti: la concessione costa 7 milioni di euro e dura 9 anni. Nessun operatore serio può permettersi di rischiare.

Giuridicamente, i bookmaker sono soggetti obbligati ai sensi del D.Lgs. 231/2007, il testo che recepisce le direttive europee in materia di antiriciclaggio. L’articolo 17 impone loro l’adeguata verifica del cliente all’apertura del conto gioco. Ma l’articolo 18, comma 1, lettera d, va oltre: la verifica deve proseguire per tutta la durata del rapporto – controllo costante, aggiornamento dei dati e, se il livello di rischio lo richiede, verifica della provenienza dei fondi e delle risorse nella disponibilità del cliente.

A questo si aggiunge l’articolo 52, che entra nel dettaglio del monitoraggio: frequenza delle transazioni, fasce orarie, rapporto tra depositi e prelievi, concentrazioni anomale di vincite o perdite. È una sorveglianza continua. Se il sistema rileva qualcosa che si discosta dal profilo del giocatore, scatta l’approfondimento.

Il punto che cerco sempre di far capire è proprio questo: l’obbligo di verifica non finisce quando apri il conto. Puoi aver scommesso per anni senza che nessuno ti abbia mai chiesto nulla. Poi un giorno depositi una somma più alta del solito, ottieni una vincita inattesa, cambi le tue abitudini di gioco – e il sistema ti intercetta.

Non è un’accusa. È l’adempimento di un obbligo normativo.

Il 2025 ha cambiato lo scenario

Fino allo scorso anno il gioco online italiano era un mercato affollato: oltre 200 concessioni in regime di proroga, con standard di controllo non esattamente omogenei. Dal 13 novembre 2025 il quadro è radicalmente diverso. Le concessioni attive sono 52, in capo a 46 operatori. Meno player, maggiore concentrazione, e un prezzo d’ingresso che funziona da sé come deterrente: 7 milioni di euro.

Con un investimento simile, ogni concessionario sa che una violazione grave degli obblighi antiriciclaggio può costargli la licenza. La conseguenza pratica l’ho vista nelle pratiche che seguo: controlli più stringenti, minore tolleranza per le situazioni ambigue, e una rapidità nel bloccare i prelievi che fino a due anni fa non esisteva.

Poi c’è un’altra novità, meno nota. Da novembre 2025, con la determinazione ADM n. 704968, i giocatori possono aprire il conto con SPID o Carta d’Identità Elettronica, senza caricare la scansione del documento. Sembra una semplificazione – e per l’utente lo è – ma è anche un rafforzamento dei presidi: l’identità digitale di secondo livello è molto più difficile da falsificare rispetto alla fotografia di un documento, ed è integralmente tracciabile. Più sicurezza, meno scappatoie.

Cosa viene richiesto, e perché

Le richieste documentali seguono una progressione legata al rischio. Conoscerla aiuta a non farsi trovare impreparati. E a capire se la richiesta che avete ricevuto è nella norma o se, invece, c’è qualcosa che non torna.

Il primo livello è l’adeguata verifica iniziale: documento d’identità, codice fiscale, bolletta recente. Oggi si aggiunge quasi sempre un selfie o una verifica “liveness”: un breve video in tempo reale analizzato da un’intelligenza artificiale che conferma la corrispondenza tra volto e documento. Niente di strano.

Il secondo livello scatta quando il sistema rileva un’anomalia o quando il giocatore vince una cifra significativa. Qui arrivano le richieste che iniziano a preoccupare: buste paga, Certificazione Unica, Modello 730 o Modello Redditi, contratto di lavoro. Per i liberi professionisti, partita IVA e visura camerale. Per i pensionati, cedolini. E quasi sempre, a questo stadio, arrivano anche gli estratti conto bancari degli ultimi 6-12 mesi.

Il terzo livello è quello che porta i clienti nel mio studio. Qui non si parla più di chi sei e quanto guadagni, ma di da dove vengono i soldi. Il bookmaker può chiedere documentazione su vendite immobiliari, eredità, donazioni, risarcimenti, vincite pregresse, investimenti. E non è raro che pretenda dichiarazioni scritte: «Spieghi come finanzia abitualmente la sua attività di gioco», oppure «Indichi la provenienza delle somme depositate sul conto». In alcuni casi, gli operatori sono arrivati a chiedere una videochiamata di riconoscimento.

Quello che ho visto nel mio studio

Ed è qui che voglio raccontarvi qualcosa di concreto.

Qualche mese fa si è presentato un ragazzo, impiegato, conto gioco aperto da due anni, movimentazioni modeste. Vince circa 1.800 euro. Prova a prelevare. Il bookmaker gli chiede gli estratti conto bancari degli ultimi dodici mesi. Movimentazioni totali del conto gioco? Sotto i 2.000 euro. L’ho guardato e gli ho detto: «Questa è sproporzionata». Abbiamo contestato la richiesta, e dopo una lettera di diffida il prelievo è stato sbloccato in una settimana.

Un altro cliente, professionista con partita IVA, aveva sul conto gioco una giacenza di circa 5.000 euro frutto di vincite distribuite su sei mesi. Il bookmaker – un nome che conoscete tutti – gli ha chiesto l’intera dichiarazione dei redditi per autorizzare un prelievo di 1.200 euro. Gliel’ho fatta inviare, perché in quel caso la richiesta, per quanto invasiva, era ancorata a un profilo di rischio che il sistema poteva ritenere meritevole di approfondimento. Il prelievo è stato sbloccato in tre giorni.

Poi c’è stato il caso più estremo. Un giocatore, movimentazioni regolari, nessuna anomalia apparente. Dopo una vincita consistente, il bookmaker gli ha chiesto la provenienza analitica di ogni singolo deposito effettuato nell’ultimo trimestre. Undici bonifici, undici giustificativi separati. Undici. Qui la sproporzione era talmente evidente che abbiamo impugnato la richiesta. Il bookmaker ha fatto marcia indietro prima ancora di arrivare in giudizio.

Questi tre casi raccontano una realtà che vedo ripetersi sempre più spesso: la richiesta documentale può essere legittima, proporzionata o pretestuosa. E la differenza non sempre è facile da cogliere senza l’occhio di chi queste pratiche le vede tutti i giorni.

La soglia fissa non esiste

Una delle cose che mi sento ripetere più spesso è: «Avvocato, ma io non ho mai superato i 2.000 euro». È un equivoco tenace, forse perché l’articolo 17 del D.Lgs. 231/2007 indica effettivamente una soglia di 15.000 euro per le operazioni occasionali, e per i casinò fisici il limite è di 2.000.

Ma per il gioco online la disciplina del Titolo IV – articoli 52 e seguenti – usa un criterio diverso. Non è l’importo a determinare l’approfondimento. È il profilo di rischio.

Cosa lo fa scattare? Depositi elevati rispetto al profilo dichiarato, sì. Ma anche un incremento improvviso delle giocate, un rapporto anomalo tra depositi e prelievi, l’uso di più strumenti di pagamento, l’incongruenza tra reddito dichiarato e volumi movimentati. Persino aprire e chiudere conti gioco in continuazione, o giocare sempre di notte, può far partire un alert.

Ho avuto un cliente che si era registrato come “disoccupato” – aveva fretta, ha cliccato la prima opzione – e poi ha movimentato 30.000 euro in sei mesi. Quando è arrivato da me, gli avevano bloccato tutto. E avevano ragione. Non per i 30.000 euro in sé, ma per l’incongruenza palese con il profilo dichiarato.

Il blocco del conto: quando è legittimo e quando no

Qui bisogna distinguere, perché le situazioni sono molto diverse tra loro.

La sospensione temporanea durante la fase di verifica è legittima. Il Tribunale di Palermo, con la sentenza n. 4567 del 2024, lo ha detto in modo netto: i concessionari sono tenuti agli obblighi antiriciclaggio e possono chiedere documenti quando emergono anomalie. Le clausole contrattuali che lo prevedono non sono vessatorie. E – questo è il punto che spiego sempre – senza i documenti legittimamente richiesti, il credito è inesigibile. Finché non produci quanto richiesto, il bookmaker non solo può, ma deve sospendere il pagamento. Per le verifiche standard i tempi sono di 12-72 ore. Per quelle AML rafforzate, fino a 30 giorni.

Poi ci sono le richieste pretestuose. Ed è qui che, come legale, inizio a lavorare.

Se il bookmaker chiede documenti sproporzionati, o dilata i tempi senza motivo, o bombarda il giocatore di richieste sempre diverse senza mai arrivare a una conclusione, può scattare l’inadempimento contrattuale. La Corte d’Appello di Milano, con la sentenza n. 2125 del 2024, ha affermato un principio che uso spesso: il malfunzionamento o le inefficienze del bookmaker sono rischio d’impresa, non possono essere scaricati sul giocatore in buona fede. In quel caso il concessionario dava la colpa a un errore del sistema informatico. La Corte ha detto no, e l’ha condannato. Il principio è chiaro: se il ritardo nasce dalla loro disorganizzazione, ne rispondono loro.

Il trattenimento definitivo è il caso più grave. Il concessionario può chiudere il rapporto se non riesce a completare la verifica (lo dice l’articolo 42 del D.Lgs. 231/2007). Ma non può trattenere le somme senza una valida ragione giuridica. Il confine tra obbligo AML e appropriazione indebita è sottile. In questi casi l’assistenza di un legale non è un optional.

Una precisazione importante: AML non è fisco

C’è una confusione che vedo creare ansia inutile in molti clienti, e la voglio chiarire.

I controlli antiriciclaggio non sono controlli fiscali.

Il bookmaker che vi chiede l’estratto conto non opera per conto dell’Agenzia delle Entrate. Sta verificando la liceità della provenienza dei fondi – che non vengano da riciclaggio, droga, corruzione – non la loro regolarità fiscale. Sono due piani distinti, con normative e autorità diverse. Questo non autorizza il concessionario a formulare contestazioni fiscali né a trattenere somme senza base giuridica. Ma ricevere una richiesta di documenti AML non significa essere accusati di evasione.

Cosa evitare, cosa fare

L’istinto, quando arriva quell’email, è reagire a caldo. Ed è esattamente l’errore che cerco di prevenire.

Ho visto clienti che si sono inventati giustificazioni, e sono stati smascherati nel giro di pochi giorni. Ho visto – per fortuna sono casi rari – qualcuno che ha alterato un documento, trasformando un problema amministrativo in uno penale. Ho visto giocatori che hanno ignorato le richieste per mesi, convinti che il bookmaker si sarebbe dimenticato di loro: non funziona così, il credito resta inesigibile. E ho visto persone rispondere al servizio clienti in modo così aggressivo da peggiorare irrimediabilmente la propria posizione.

Quello che invece dico sempre di fare è: leggete con attenzione la richiesta. Spesso l’allarme è sproporzionato rispetto al contenuto. Verificate che la documentazione richiesta sia proporzionata: dodici mesi di estratti conto per un conto gioco da 500 euro non lo è, e si può contestare. Conservate ogni comunicazione – email, chat, ticket – perché se la situazione degenera, quella corrispondenza è la vostra prova. Inviate solo documenti autentici. E se le richieste diventano sproporzionate, se i tempi si allungano senza giustificazione, o se il bookmaker non paga nonostante abbiate inviato tutto, allora rivolgetevi a un legale. Una diffida formale, un reclamo ad ADM o, nei casi più ostinati, un’azione giudiziale sono strumenti che funzionano.

I controlli aumenteranno: preparatevi

Le verifiche antiriciclaggio nel gioco online non sono una fase transitoria. Con 52 concessioni da 7 milioni di euro ciascuna, il mercato è più concentrato, più caro e più presidiato di quanto non sia mai stato. I controlli sono destinati a intensificarsi.

Il giocatore informato – quello che sa cosa può essergli chiesto e su quale base normativa – non va nel panico quando riceve l’email. E, forse ancora più importante, sa riconoscere quando la richiesta è genuinamente ancorata a un obbligo di legge e quando invece è il preludio di una battaglia che vale la pena combattere.

Andrea Maggiulli Alfieri
Nell'era digitale, conoscere i propri diritti non è un vantaggio riservato a pochi: è lo strumento più efficace che chiunque ha a disposizione per tutelarsi davvero.